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Verso un nuovo movimento d’indipendenza

Che crediate o meno alle teorie sul 2012, è indubbio che il modello tecno-industriale globalizzato a cui siamo abituati è destinato a finire o a mutare radicalmente nei prossimi decenni. I motivi sono molti: la scomparsa dei combustibili fossi (i veri pilastri del sistema), il surriscaldamento globale, la sovrappopolazione e così via. Uno dei falsi miti dei nostri tempi (sostenuto anche in molti circoli cosiddetti ambientalisti: vedi il documentario di Al Gore) è che con qualche piccolo aggiustamento (lampadine fluorescenti, pannelli solari, macchine elettriche, biocombustibili, buste in amido di mais etc.) in futuro potremo più o meno continuare a condurre la stessa vita che facciamo oggi: prendere la macchina tutte le volte che ci pare, riempire le nostre case di inutili gadget usa e getta (o quasi), scendere al supermercato sotto casa per soddisfare ogni nostra voglia. Insomma ci si affida ancora una volta alla tecnologia per risolvere i problemi creati dalla tecnologia stessa.

La verità è che non esiste alcuna fonte di energia pulita in grado semplicemente di sostituire il petrolio. Anche perché molte di quelle che vengono spacciate come fonti “pulite” hanno in realtà degli altissimi costi sociali e ambientali: basti pensare alla deforestazione e all’aumento dei beni alimentari di base provocati dalla corsa ai biocombustibili. Dunque non sono necessariamente più “sostenibili” dei combustibili fossili anche se come questi ultimi rappresentano un ottimo business per i soliti noti. Con questo non voglio dire che le energie veramente rinnovabili (come il solare e l’eolico) non vadano incoraggiate, ma semplicemente che queste non risolvono il problema alla radice: l’insostenibilità del nostro stile di vita, tutto incentrato sulla comodità e sulla soddisfazione immediata dei nostri istinti consumistici. Volenti (attraverso una riflessione collettiva delle nostre priorità in quanto esseri umani) o nolenti (per mezzo di politiche autoritarie calate dall’alto: quello che uno studioso americano ha chiamato energofascismo), saremo costretti a cambiare radicalmente il nostro modo di vivere. Ovviamente i politici non lo dicono: le elezioni non si vincono dicendo ai cittadini di fare dei sacrifici. Il rischio di questa politica scellerata è che gran parte della gente rischia di trovarsi completamente impreparata per quello che ci attende.

La maggior parte di noi, e in particolare coloro che vivono in città (che ormai rappresentano più della metà della popolazione globale), infatti, è praticamente dipendente al 100% dal sistema per la sua sopravvivenza. Lo si vede soprattutto nell’alimentazione: gli studi indicano che sulle tavole degli italiani aumentano i cibi pronti (inscatolati, imbustati, surgelati, precotti etc.) e che sempre meno gente è in grado di cucinarsi una cena con tre o quattro ingredienti base (anche con l’ausilio di un libro di ricette!). È una notizia di una gravità inaudita: praticamente abbiamo messo la nostra salute (ricordatevi: siete quello che mangiate!) nelle mani di un oligopolio di multinazionali alimentari. Per quanto possa essere fuori moda, imparare a destreggiarsi in cucina rappresenta un passo fondamentale verso la liberazione di sé: potrete scegliere tra un’infinità di ricette e non solo tra quelle proposte dai Quattro salti in padella, scoprirete nuovi ingredienti, recupererete un rapporto diretto con quello che mangiate e se un domani dovessero chiudere tutti i supermercati (basta vedere quello che è successo durante lo sciopero dei camionisti) non morirete di fame!

Per ridurre ulteriormente la vostra dipendenza dalle grandi catene, vi consiglio poi di unirvi a un gruppo di acquisto solidale (G.A.S.): gruppi più o meno grandi di persone che si mettono d’accordo per comprare il cibo direttamente dai piccoli produttori locali, secondo la logica della solidarietà, che, come si legge sul sito della rete nazionale, «parte dai membri del gruppo e si estende ai piccoli produttori che forniscono i prodotti, al rispetto dell’ambiente, ai popoli del sud del mondo e a colore che – a causa della ingiusta ripartizione delle ricchezze – subiscono le conseguenze inique di questo modello di sviluppo». Se abitate dalle parti di Piazza Vittorio il G.A.S. più vicino è quello di Monti. Questi sono piccoli passi (ce ne sono tanti altri) per cominciare a vivere meglio, riacquistare una propria indipendenza e non farsi trovare impreparati se un domani – come mi auguro – questo sistema dovesse crollare su se stesso e dovessimo tutti imparare nuovamente a vivere.

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Giorno 2

Nonostante il vento siberiano che frustava i nostri corpi e rischiava di portarsi via tutta la mercanzia, e a cui si può imputare l’affluenza più bassa del solito per un sabato pomeriggio di sole nel parco, anche la seconda giornata del libero mercato di Piazza Vittorio è andata felicemente in porto. Ringraziamo tutti coloro che sono passati a dare il loro contributo (o anche solo un saluto), e in particolare la signora americana che ci ha lasciato un delizioso libro illustrato sulla Gift Economy (Economia del dono), che dovrebbe essere una lettura obbligata in tutte le scuole; i tre ragazzi di Indymedia e la loro montagna di ninnoli vari che hanno fatto felici non pochi bambini; il tipo con lo splendido cane nero che ci ha portato due giacche praticamente nuove (una delle quali mi ha probabilmente salvato dall’ipotermia); le due signore argentine del network delle organizzazioni internazionali a Roma; e infine il trotskista brasiliano. Per quanto penso sia inevitabile che io e M., almeno i primi tempi, fungiamo da “punto di raccolta” (specialmente quando uno ha solo una o due cose da dare via), esortiamo tutti coloro che hanno delle discrete quantità di roba da dar via di allestire un loro banchetto (che ovviamente, come nel nostro caso, può anche trattarsi di una vecchia tovaglia) insieme a noi. Così facciamo numero!

Abbiamo notato che i vestiti sono particolarmente difficili da dar via. È anche vero che stupidamente avevamo portato con noi solo una tonnellata di vecchie camicie a righe mie e di mio padre una identica all’altra (e non particolarmente affascinanti). Sono certo che la settimana prossima le gonne di M. riscuoteranno maggior successo! Abbiamo comunque deciso di donare parte delle 5 valigie di roba che abbiamo raccolto in queste settimane (vedi: le mie camicie a righe) a qualcuno che saprà farne un uso migliore di noi. Però vogliamo avere la certezza che i vestiti arrivino nelle mani di chi ne ha veramente bisogno e non vengano utilizzati per attività di finanziamento poco chiare. Conoscete qualche organizzazione che fa al caso nostro?

Infine, vi segnalo il sito del gruppo di San Francisco The Compact, diffusosi rapidamente in molte città americane ma poco conosciuto in Europa, i cui membri si impegnano a non comprare nulla di nuovo (con l’eccezione dei prodotti base: è concesso mangiare, tranquilli) per un anno. In un paese come il nostro in cui molta gente fa l’esatto opposto, risparmiando sui beni alimentari per comprarsi l’ultimo gadget hi-tech, una terapia shock come questa potrebbe essere l’unica cura possibile. Qualcuno se la sente di fare un tale fioretto?

Ci si vede sabato prossimo, sperando che il riscaldamento globale faccia il suo effetto…