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Due righe

Per dirvi che oggi saremo in piazza dalle 15 in poi. Solo per un paio d’ore perchè poi andiamo a sentire Grillo a Piazza Navona (alle 17) e facciamo un salto al presidio degli statunitensi contro la guerra a Largo Argentina in occasione del quinto anniversario dell’inizio della guerra contro l’Iraq (sì, sono già passati cinque anni)…

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Verso un nuovo movimento d’indipendenza

Che crediate o meno alle teorie sul 2012, è indubbio che il modello tecno-industriale globalizzato a cui siamo abituati è destinato a finire o a mutare radicalmente nei prossimi decenni. I motivi sono molti: la scomparsa dei combustibili fossi (i veri pilastri del sistema), il surriscaldamento globale, la sovrappopolazione e così via. Uno dei falsi miti dei nostri tempi (sostenuto anche in molti circoli cosiddetti ambientalisti: vedi il documentario di Al Gore) è che con qualche piccolo aggiustamento (lampadine fluorescenti, pannelli solari, macchine elettriche, biocombustibili, buste in amido di mais etc.) in futuro potremo più o meno continuare a condurre la stessa vita che facciamo oggi: prendere la macchina tutte le volte che ci pare, riempire le nostre case di inutili gadget usa e getta (o quasi), scendere al supermercato sotto casa per soddisfare ogni nostra voglia. Insomma ci si affida ancora una volta alla tecnologia per risolvere i problemi creati dalla tecnologia stessa.

La verità è che non esiste alcuna fonte di energia pulita in grado semplicemente di sostituire il petrolio. Anche perché molte di quelle che vengono spacciate come fonti “pulite” hanno in realtà degli altissimi costi sociali e ambientali: basti pensare alla deforestazione e all’aumento dei beni alimentari di base provocati dalla corsa ai biocombustibili. Dunque non sono necessariamente più “sostenibili” dei combustibili fossili anche se come questi ultimi rappresentano un ottimo business per i soliti noti. Con questo non voglio dire che le energie veramente rinnovabili (come il solare e l’eolico) non vadano incoraggiate, ma semplicemente che queste non risolvono il problema alla radice: l’insostenibilità del nostro stile di vita, tutto incentrato sulla comodità e sulla soddisfazione immediata dei nostri istinti consumistici. Volenti (attraverso una riflessione collettiva delle nostre priorità in quanto esseri umani) o nolenti (per mezzo di politiche autoritarie calate dall’alto: quello che uno studioso americano ha chiamato energofascismo), saremo costretti a cambiare radicalmente il nostro modo di vivere. Ovviamente i politici non lo dicono: le elezioni non si vincono dicendo ai cittadini di fare dei sacrifici. Il rischio di questa politica scellerata è che gran parte della gente rischia di trovarsi completamente impreparata per quello che ci attende.

La maggior parte di noi, e in particolare coloro che vivono in città (che ormai rappresentano più della metà della popolazione globale), infatti, è praticamente dipendente al 100% dal sistema per la sua sopravvivenza. Lo si vede soprattutto nell’alimentazione: gli studi indicano che sulle tavole degli italiani aumentano i cibi pronti (inscatolati, imbustati, surgelati, precotti etc.) e che sempre meno gente è in grado di cucinarsi una cena con tre o quattro ingredienti base (anche con l’ausilio di un libro di ricette!). È una notizia di una gravità inaudita: praticamente abbiamo messo la nostra salute (ricordatevi: siete quello che mangiate!) nelle mani di un oligopolio di multinazionali alimentari. Per quanto possa essere fuori moda, imparare a destreggiarsi in cucina rappresenta un passo fondamentale verso la liberazione di sé: potrete scegliere tra un’infinità di ricette e non solo tra quelle proposte dai Quattro salti in padella, scoprirete nuovi ingredienti, recupererete un rapporto diretto con quello che mangiate e se un domani dovessero chiudere tutti i supermercati (basta vedere quello che è successo durante lo sciopero dei camionisti) non morirete di fame!

Per ridurre ulteriormente la vostra dipendenza dalle grandi catene, vi consiglio poi di unirvi a un gruppo di acquisto solidale (G.A.S.): gruppi più o meno grandi di persone che si mettono d’accordo per comprare il cibo direttamente dai piccoli produttori locali, secondo la logica della solidarietà, che, come si legge sul sito della rete nazionale, «parte dai membri del gruppo e si estende ai piccoli produttori che forniscono i prodotti, al rispetto dell’ambiente, ai popoli del sud del mondo e a colore che – a causa della ingiusta ripartizione delle ricchezze – subiscono le conseguenze inique di questo modello di sviluppo». Se abitate dalle parti di Piazza Vittorio il G.A.S. più vicino è quello di Monti. Questi sono piccoli passi (ce ne sono tanti altri) per cominciare a vivere meglio, riacquistare una propria indipendenza e non farsi trovare impreparati se un domani – come mi auguro – questo sistema dovesse crollare su se stesso e dovessimo tutti imparare nuovamente a vivere.

Aggiornamento

Causa maltempo, non saremo in piazza questo pomeriggio. Speriamo di poter rimediare domani…

Giorno 3

È veramente un piacere vedere che per alcuni il libero mercato di Piazza Vittorio è già diventato un appuntamento fisso del sabato pomeriggio! Sempre più, infatti, si sta evolvendo in un mercato libero di idee, oltre che di merci: un’occasione per ragionare insieme su stili di vita, di consumo e di convivenza che rispondano ai nostri bisogni umani (e, perché no, animali) più profondi, e non alle esigenze del mercato, delle aziende o del PIL. Anche perché, anche in un parco vivace e variegato come quello di Piazza Vittorio, il rischio è spesso quello di “sfiorarsi” senza mai incontrarsi. In un sistema che vi vorrebbe tutti isolati di fronte agli schermi dei nostri computer e dei nostri televisori, e in cui la nostra esperienza della realtà è sempre più mediata, trovarsi e fare quattro chiacchiere faccia a faccia è un gesto quasi sovversivo! Sperando di ricevere in tempo i due thermos di seconda mano che abbiamo ordinato su eBay (sempre secondo la logica per cui, se proprio bisogna comprare qualcosa, e questa non si riesce a trovarla aggratis, meglio comprarla di seconda mano), sabato prossimo vi promettiamo il rinfresco che avevamo annunciato la settimana scorsa.

Intanto vi segnalo la neonata associazione NOAUTO, presentata la settimana scorsa qui a Roma, che si propone di promuovere una politica urbanistica che rimetta al centro l’uomo e vada oltre l’attuale modello auto-centrico, dannoso per la salute, per l’ambiente e per lo spirito. Dalla loro lettera aperta (consultabile sul sito):

E’ sotto gli occhi di tutti l’insostenibilità dei nostri sistemi di mobilità urbana.

Da tempo l’OMS denuncia il tributo in termini di aumento della mortalità e di maggiore diffusione di malattie che i cittadini italiani devono pagare a causa del peggioramento della qualità dell’aria. Ciò nonostante le amministrazioni italiane continuano a violare i limiti europei sulle emissioni di polveri sottili e vedono i loro piani per la qualità dell’aria contestati dalla Commissione europea.

La vivibilità e la fruibilità dello spazio urbano sono sempre minori: le città non sono più infatti anche il luogo della relazione sociale, ma semplicemente delle infrastrutture per la circolazione e la sosta di automobili. Tutto questo a danno innanzitutto per le categorie più deboli: gli anziani e i bambini. Per non parlare della perdita di tempo cui tutti noi siamo costretti a causa del traffico onnipresente e pervasivo e del degrado crescente del paesaggio urbano.

Anche dal punto di vista ambientale la situazione non è certo più rosea. Il trasporto nelle nostre città è tra le fonti più rilevanti di consumo di energia e, quindi, di emissione di gas che alterano il clima. Anche da qui viene il fallimento italiano che – al contrario di altri paesi come la Germania e il Regno Unito – non ha ridotto la produzione di CO2, ma continua ad aumentarla.

La lettera si chiude con una serie di ragionevolissime proposte e con la seguente domanda: «Possono le nostre città sopravvivere continuando a scommettere tutto sull’automobile?». Chiunque si sia mai avventurato in giro per Roma il sabato sera in macchina (ma gli altri giorni non è molto meglio) probabilmente conosce già la risposta.

Ci si vede in piazza!

Giorno 2

Nonostante il vento siberiano che frustava i nostri corpi e rischiava di portarsi via tutta la mercanzia, e a cui si può imputare l’affluenza più bassa del solito per un sabato pomeriggio di sole nel parco, anche la seconda giornata del libero mercato di Piazza Vittorio è andata felicemente in porto. Ringraziamo tutti coloro che sono passati a dare il loro contributo (o anche solo un saluto), e in particolare la signora americana che ci ha lasciato un delizioso libro illustrato sulla Gift Economy (Economia del dono), che dovrebbe essere una lettura obbligata in tutte le scuole; i tre ragazzi di Indymedia e la loro montagna di ninnoli vari che hanno fatto felici non pochi bambini; il tipo con lo splendido cane nero che ci ha portato due giacche praticamente nuove (una delle quali mi ha probabilmente salvato dall’ipotermia); le due signore argentine del network delle organizzazioni internazionali a Roma; e infine il trotskista brasiliano. Per quanto penso sia inevitabile che io e M., almeno i primi tempi, fungiamo da “punto di raccolta” (specialmente quando uno ha solo una o due cose da dare via), esortiamo tutti coloro che hanno delle discrete quantità di roba da dar via di allestire un loro banchetto (che ovviamente, come nel nostro caso, può anche trattarsi di una vecchia tovaglia) insieme a noi. Così facciamo numero!

Abbiamo notato che i vestiti sono particolarmente difficili da dar via. È anche vero che stupidamente avevamo portato con noi solo una tonnellata di vecchie camicie a righe mie e di mio padre una identica all’altra (e non particolarmente affascinanti). Sono certo che la settimana prossima le gonne di M. riscuoteranno maggior successo! Abbiamo comunque deciso di donare parte delle 5 valigie di roba che abbiamo raccolto in queste settimane (vedi: le mie camicie a righe) a qualcuno che saprà farne un uso migliore di noi. Però vogliamo avere la certezza che i vestiti arrivino nelle mani di chi ne ha veramente bisogno e non vengano utilizzati per attività di finanziamento poco chiare. Conoscete qualche organizzazione che fa al caso nostro?

Infine, vi segnalo il sito del gruppo di San Francisco The Compact, diffusosi rapidamente in molte città americane ma poco conosciuto in Europa, i cui membri si impegnano a non comprare nulla di nuovo (con l’eccezione dei prodotti base: è concesso mangiare, tranquilli) per un anno. In un paese come il nostro in cui molta gente fa l’esatto opposto, risparmiando sui beni alimentari per comprarsi l’ultimo gadget hi-tech, una terapia shock come questa potrebbe essere l’unica cura possibile. Qualcuno se la sente di fare un tale fioretto?

Ci si vede sabato prossimo, sperando che il riscaldamento globale faccia il suo effetto…

Giorno 1

La prima giornata del libero mercato di Piazza Vittorio, sabato pomeriggio scorso, si potrebbe quasi definire un successo. Per una fortuita coincidenza siamo capitati nel bel mezzo del capodanno cinese e quindi abbiamo potuto approfittare della gremita presenza di bambini (i più entusiasti sostenitore dell’idea!) e di giornalisti. Questi ultimi hanno scattato un torrente di foto, ma forse per semplice deformazione professionale, anche perché non si può dire che io e M. facessimo proprio un figurone, col nostro cartellone spennellato alla bene e meglio (LIBERO MERCATO DI PIAZZA VITTORIO: PRENDI GRATIS QUELLO CHE VUOI! DAI GRATIS QUELLO CHE PUOI!) e una coperta dataci in prestito dai nostri gatti a mo’ di bancarella. Essendo agli inizi, anche la merce non era proprio di primissima qualità (perlopiù peluche, giochi da tavola e giocattoli vari, andati tutti ruba in pochissimo tempo), con l’eccezione di una bella lampada vintage in ottone (che per qualche motivo M. non può vedere), che ha rischiato quasi di scatenare una rissa tra due contendenti (alla fine ce la siamo cavata con un civilissimo testa o croce) e di vari gioiellini luccicanti.

Come dicevo, i più affascinati, oltre che spaesati («Gratis? Come gratis? Non ci credo!») erano i bambini, perlopiù stranieri (quelli italiani, in genere, ci pensano due volte prima di interagire con degli sconosciuti). Fa un po’ tristezza vedere come fin da piccoli si venga educati alla cultura del commercio e del mercato, tanto da guardare quasi con sospetto qualcuno che voglia dar via qualcosa a titolo gratuito (ci deve essere un trucco!). Una bambina, in particolare, ha insistito a tutti i costi per darci qualcosa in cambio per la sua scatola di lavagnette portatili. Alla fine si è rivelato un volantino di una scuola di kung fu, ma non importa. È il pensiero che conta. Altri, addirittura, senza dire niente, prima di andarsene hanno lasciato dietro di sé penne e gadget vari. Vuol dire che non ne avevano più bisogno: è così semplice la logica del freecycling che la capisce anche un bambino!

Le reazioni degli adulti, invece, andavano dal divertito («Ma che bravi ragazzi!»), all’entusiastico («Ma è geniale: quand’è il prossimo appuntamento?»), al pragmatico («Che voltaggio ha questo rasoio per capelli?»). I nostri “clienti” sono stati perlopiù stranieri, come se molti italiani provassero vergogna a prendere un oggetto senza pagarlo. Ma bisogna essere ottimisti: arriverà un giorno in cui la gente si vergognerà a pagare per qualcosa se può averla come nuova a gratis e a “impatto zero”. L’incoraggiamento di tutti, comunque – italiani e non – ci ha riempito il cuore: sono state veramente tante le persone a fermarsi, a chiedere informazioni, a dichiarare la loro volontà di partecipare. È stato un vero peccato che non avessimo dei volantini con noi! Questa settimana andremo più preparati.

Ci si vede sabato 16 dalle 15 in poi nel parco di Piazza Vittorio!

NOTA IMPORTANTE: non prendiamo in consegna le cose di nessuno; quello che non riuscite a dare via ve lo dovete riportare a casa! O magari lo nascondete e poi disegnate una mappa del tesoro…